• Come sono diventata femminista

    Qualche settimana fa ho letto un libro davvero interessante e che consiglio: Come sono diventata femminista, di Rosangela Pesenti.

    La protagonista del libro è nata in un piccolo paese della pianura padana in provincia di Bergamo. Grazie alla laurea in Magistero all’Università Cattolica di Milano è passata da maestra elementare a professoressa delle scuole medie. A settant’anni e dopo l’esperienza di un tumore al seno ha deciso di andare a vivere al mare per creare una distanza fisica ed emotiva con il proprio passato. Una distanza più pensata e sperata che praticata visto che si è portata una valigia piena di quaderni e diari in cui ha annotato eventi e pensieri della propria vita.

    Un lunedì mattina la protagonista viene svegliata da una telefonata di Valentina. Valentina è sua nipote, figlia della figlia della sorella, e vuole scrivere insieme alla ziona (così la chiama lei) la storia della loro famiglia, del Sessantotto, del femminismo e dell’UDI. Valentina vuole conoscere la storia ma anche la controstoria, ciò che ha portato a dire che la generazione degli anni Novanta è la generazione di chi ha perso i propri diritti. La zia dapprima non vorrebbe, poi nei giorni che passano dalla chiamata, il lunedì, all’arrivo, la domenica successiva, le attività quotidiane sono inframmezzate dai racconti di vita narrati in un flusso di coscienza che ci ricorda le opere di Virginia Woolf. Mentre sistema la propria casa per accogliere la nipote, la protagonista cerca di sistemare i propri ricordi, dare loro un’interpretazione e in un certo senso prepararsi all’incontro con Valentina.

    Come sono diventata femminista è un libro strutturato in sette giorni, proprio come, nella tradizione cristiana, dio ha creato il mondo. O meglio sei giorni di lavorio di pensieri e attivismo delle mani e uno di riposo nell’attesa dell’arrivo di Valentina. Come scrive l’autrice è il racconto di storie alla periferia della Storia, ma proprio per questo più vicine a noi che leggiamo. Sono storie di famiglia in cui ci possiamo immedesimare (la scelta se studiare o no, la scelta rispetto al lavoro, le scelte rispetto alle amicizie e alle relazioni amorose, le scelte politiche). E la scelta più importante quella di diventare femminista. Ma che cos’è il femminismo per la ziona? Nel racconto di Rosangela Pesenti io vedo un femminismo che nasce in due tempi: il primo, più immediato, è rappresentato dalla citazione di riferimenti di letture e biografie femministe, Rosa Luxemburg, Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Carla Lonzi, Teresa Noce, Joyce Lussu, Carla Ravaioli, Bianca Guidetti Serra, Lidia Menapace, Simone Weil, Christa Wolf e l’amica Marisa compagna femminista morta a cinquant’anni di tumore; il secondo è un femminismo agito sul lungo periodo: essere femminista per la protagonista non vuol dire aderire a un partito o a un’ideologia, ma rappresenta un modo di esistere come donna. Con dignità, autonomia e onestà. Ecco perché questo femminismo è un femminismo della quotidianità, un percorso femminista creato e agito nelle scelte e negli atti quotidiani.

    Il lavoro di scrittura di Rosangela Pesenti replica ciò che da sempre è un’attività delle donne: salvare vite, riparare i viventi. È ciò che fa anche la protagonista del libro salvando dall’oblio le vite dei famigliari, le loro scelte, i loro oggetti con particolare attenzione alle donne, perché sa che le donne senza memoria del passato sono donne senza memoria di loro stesse. Eppure sono tante, più di quanto pensiamo, le donne che hanno lottato per i nostri diritti, che ci hanno fatto ottenere condizioni di vita concrete perché le generazioni più recenti potessero avere la libertà di studiare, avere un contratto di lavoro certo, anche filosofeggiare.

    Rosangela Pesenti

    Queste pagine ci aiutano a ri-vedere la nostra storia, la storia delle donne delle nostre famiglie e la storia delle donne in generale chiedendosi e chiedendoci quanta storia sia passata nei silenzi e nei lavori femminili. Ma ci dà anche una ricetta pratica – come molto spesso sono le donne – per applicare questo femminismo alla nostra vita “fai ogni giorno una cosa per te, una cosa per una donna che ti è vicina e una cosa per il tuo genere”.

    Per approfondire con altre recensioni su Come sono diventata femminista leggi qui.

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  • Semi di Genealogia Femminile

    Il progetto Semi di Genealogia Femminile nasce da un’evoluzione del Calendario Ginergico. Se i Calendari contribuiscono a mostrare la quantità e la qualità delle nostre Antenate nei diversi campi del sapere, in diverse latitudini e in epoche in cui le donne erano considerate solo per essere mogli e madri, vere e proprie enciclopedie sotto forma di calendario appunto, i Semi sono cartoline personali.

    Ogni Seme è una Cartolina dove viene raccontata la biografia di un’Antenata. E viene spedito – via posta in una busta di carta piantabile che potrà essere interrata. Nel giro di poche settimane spunteranno i primi germogli.

    Semi di Genealogia Femminile è un progetto altamente simbolico in cui facciamo crescere la nostra conoscenza della Genealogia Femminile e i fiori.

    Se volete ricevere una cartolina o spedire una busta a qualche persona per voi speciale scrivetemi indicando il nome del profilo dell’Antenata che preferite – se ne avete già una o più in mente – oppure dandomi il giorno e il mese di nascita vostro o della persona a cui volete fare il regalo o ancora lasciandomi libera di scegliere per voi l’Antenata.

    Dopo aver creato la cartolina mi occuperò direttamente io della spedizione. Ricevere una cartolina per posta sarà una gran sorpresa! E il regalo sarà doppio!

    Potete anche fare più ordini (per un’azienda, una classe, un gruppo) godendo di offerte speciali.

    Per avere più informazioni scrivetemi all’indirizzo emy_79@yahoo.com

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  • Legge Basaglia. Una liberazione soprattutto per le donne

    «Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione.» (Franco Basaglia)

    Ricorre oggi il 42esimo anniversario della Legge Basaglia, la legge attraverso cui venivano cancellati i manicomi. Prima della Legge 180/1978 i malati con disturbi psichici erano considerati irrecuperabili e pericolosi socialmente, pertanto venivano allontanati dalla società, emarginati e rinchiusi nei manicomi.

    Anche per quanto riguarda i manicomi, c’è una grande differenza di genere: le donne venivano internate con il pretesto della pazzia per ottenere vari risultati: liberarsi di mogli o congiunte e colpire donne che evadevano dagli stereotipi patriarcali di mogli e madri. Un interessante esempio di questo tipo è rappresentato da libro di Annacarla Valeriano, Malacarne. Donne e manicomio nell’Italia fascista

    Ma la storia delle donne non è fatta solo di oppressioni. Dobbiamo recuperare le azioni positive, come quella della reporter Nellie Bly (pseudonimo di Elizabeth Jane Cochran), che nel 1887, si finge una rifugiata afflitta da paranoia e si fa rinchiudere nel manicomio dell’isola Blackwell, allo scopo di scoprire le condizioni di vita delle donne ricoverate. Dopo il suo reportage investigativo, Nellie venne licenziata, ma una commissione stanziò 1.000.000 di dollari per apportare una riforma degli istituti di igiene mentale.

    Nellie Bly, Dieci giorni in manicomio

    “Prendi una donna perfettamente sana, rinchiudila in una stanza gelida e costringila a sedere dalle 6 del mattino alle 8 di sera, impedendole di muoversi e di parlare, alimentala con pessimo cibo, senza mai darle notizie di ciò che accade nel resto del mondo e vedrai come, ben presto, la condurrai alla follia. Due mesi sono sufficienti a provocarle un vero e proprio esaurimento fisico e mentale”.

    In Italia una delle maggiori inchieste sulle donne nei manicomi è stata condotta da Giuliana Morandini, giornalista e scrittrice, con il volume … E allora mi hanno rinchiusa, con cui vince il Premio Viareggio Saggistica 1977. Nella prefazione scritta da Franca Ongaro, moglie di Franco Basaglia, emerge la differenza del corpo femminile rinchiuso in un manicomio.

    Per la donna esistono una serie di difficoltà e impossibilità che vengono a sovrapporsi e che sono specifiche del suo ruolo, di ciò che ci si aspetta debba essere, di come deve comportarsi e di quali regole deve rispettare. Il suo essere considerata e voluta “corpo” è ciò che ha impedito alla donna di essere un soggetto storico-sociale, avendo questo corpo valore solo in quanto oggetto per altri, mai per sé. Il posto predominante che amore, figli, sentimenti hanno avuto nella sua vita, è il segno della barriera che l’ha sempre tenuta esclusa dalla vita sociale, offrendole in cambio l’illusione di essere sovrana in uno spazio in cui neppure il corpo era di sua proprietà.

    Giuliana Morandini, … E allora mi hanno rinchiusa

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  • Il corpo è mio e me lo gestisco io!?!

    Nelle ultime settimane ha fatto molto parlare di sé la vicenda legata alla giornalista Giovanna Botteri e allora ho pensato di fare un post in cui parlare dell’autodeterminazione femminile nel vestire. Giovanna ha detto rispetto alla propria vicenda “Mi piacerebbe che l’intera vicenda prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno o dovrebbero avere secondo non si sa bene chi.”

    Giovanna Botteri


    Bene, ecco allora qualche esempio di donne che nella Storia hanno sfidato le leggi (scritte o non) della rappresentazione femminile nello spazio pubblico. Con una precisazione iniziale importante “La rappresentazione delle donne ha avuto un posto chiave nell’immaginario popolare e ogni forza e ogni movimento politico, che aspirasse alla leadership nazionale o che la esercitasse davvero, e le altre istituzioni (Chiesa, industria dello spettacolo) hanno cercato in qualche modo di appropriarsene o di adoperarla. [Stephen Gundle, Figure del desiderio. Storia della bellezza femminile italiana dall’Ottocento a oggi, Editori Laterza, Roma-Bari, 2007]

    Rose Bonheur (pittrice francese), Madeleine Pelletier (psichiatra francese) e George Sand (scrittrice francese) sono state più volte richiamate per la decisione di indossare pantaloni. Una legge della Francia repubblicana ai tempi della Rivoluzione Francese, infatti, obbligava le donne a indossare le gonne.

    Rose Bonheur



    Madeleine Pelletier


    George Sand


    Constance Lloyd moglie di Oscar Wilde partecipò al Victorian dress reform movement, movimento di riforma dei vestiti durante l’epoca vittoriana, che aspirava a vestiti più leggeri e razionali per le donne e alla liberazione da vere e proprie gabbie come il corsetto.

    Constance Lloyd in un ritratto realizzato da Louis Desanges (1882)


    Corsetto vittoriano


    Amelia Bloomer femminista statunitense che nella propria rivista, “The Lily”, promuoveva un cambiamento negli standard di abbigliamento per le donne, il bloomer appunto (tunica+pantalette): “Il costume delle donne dovrebbe essere adatto alle sue necessità e necessità. Dovrebbe condurre immediatamente alla sua salute, conforto e utilità; e, sebbene non debba mancare anche di condurre al suo ornamento personale, dovrebbe rendere tale fine di secondaria importanza.”

    Amelia Bloomer


    Esempio di bloomer


    Helen Hulick è stata un’educatrice statunitense finita in prigione per aver difeso il proprio diritto di indossare i pantaloni durante un processo durante il quale da vittima di un furto diventa colpevole di oltraggio alla corte e condannata a 5 giorni di carcere.

    Helen Hulick


    Anche nel mondo dei libri per l’infanzia c’è un personaggio a cui piace vestirsi in modo eccentrico e casuale Pippi Calzelunghe, vera e propria icona della libertà e dell’autodeterminazione nata – guarda caso – dalla fantasia e dalla penna di una donna, Astrid Landgren.

    Astrid Lindgren


    Pippe Calzelunghe


    Come vedete la lotta per l’autodeterminazione, anche nel campo del vestire, ha una storia lunga …

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  • 21 Febbraio, Giornata Internazionale della Lingua Madre

    Tra le tante ricorrenze che scandiscono i giorni del calendario, il 21 febbraio è la Giornata internazionale della Lingua Madre, istituita per promuovere la madrelingua, diversità linguistica e culturale e il multilinguismo.

    Ho pensato di raccontarvi quindi di Joyce Lussu partigiana, scrittrice, traduttrice e poeta italiana, medaglia d’argento al valor militare, capitana nelle brigate Giustizia e Libertà. Joyce ha descritto l’esperienza della Resistenza nel libro autobiografico Fronti e Frontiere (1946).

    Joyce Lussu
    Copertina di Fronti e Frontiere (1946)


    Dopo la Liberazione, Joyce è attiva prima nel Partito d’Azione, fino al suo scioglimento nel 1947 e successivamente nel Partito Socialista arrivando alla direzione nazionale. Tornerà a occuparsi di attività culturali e politiche autonome, insofferente di vincoli e condizionamenti d’apparato. Sarà tra le promotrici dell’UDI e lotterà contro l’imperialismo e il colonialismo.

    Per conoscere le situazioni storico-culturali degli altri popoli, Joyce si occupa di poesia, traducendo opere di poeti e poete viventi, alternativi, non letterati, spesso provenienti dalla cultura orale (turchi, albanesi, curdi, vietnamiti, africani, eschimesi, aborigeni australiani…). Una traduzione che non si basava sulle regole grammaticali e sintattiche, quanto sulla mediazione, sui suoni e gli umori delle lingue. E questo passaggio fu fondamentale sia per portare in Italia nuovi autori – come per esempio Nazım Hikmet – sia problemi geopolitici, come l’oppressione del popolo curdo!

    Concludo con una sua frase che è per me di grande, grandissima ispirazione e che trovate nella homepage del mio sito “Ora io credo che in ogni caso bisogna “costruire” e credo che l’unico modo per combattere certe cose sia è costruirne altre, alternative, senza farsi portare sul terreno di chi sta dalla parte del potere. Io sul loro terreno non ci vado, e intanto, da un’altra parte costruisco un’altra cosa e vediamo come va a finire.”

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  • Paula Rego, dipingere l’attivismo

    “È indispensabile che le donne abbiano una scelta” ha affermato Paula Rego, artista portoghese per accompagnare alcune sue opere che hanno fatto molto scalpore in Portogallo.

    Paula Rego

    Perché?

    Perché Paula nella serie di lavori intitolata Untitled. The abortion pastels (1998). Ogni tela raffigura l’immagine di una donna che subiva un aborto pericoloso. E lo fa come risposta a un referendum sulla legalizzazione dell’aborto in Portogallo che ebbe esito negativo. Paula Rego si oppone alla criminalizzazione dell’interruzione di gravidanza affermando che il movimento antiaborto criminalizza le donne e in alcuni casi metterà le donne, soprattutto quelle povere, in situazioni potenzialmente mortali.


    La serie era stata ispirata sia dalle sue esperienze personali che da quelle delle sue studenti. Ritratte con duro realismo, le donne dei quadri ci raccontano di un mondo silenzioso, ma reale per molte donne (ancora oggi). Il lavoro di Paula è stato parte integrante nel cambiare l’opinione pubblica portoghese dove l’aborto è stato depenalizzato (solo) il 10 aprile 2007.

    L’utero, l’organo che dà la vita, emetteva anche la voce e nel termine greco omphalos si riconosce il termine omphé (parola) e ompheuein (vaticinare).

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  • Olympe de Gouges e la Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina

    Ogni 3 novembre davanti al Panthéon a Parigi si riuniscono centinaia di persone per chiedere un atto simbolico: l’accesso al luogo simbolico più importante di Francia delle spoglie della drammaturga e saggista francese Marie Gouze (Olympe de Gouges, 7 maggio 1748 – 3 novembre 1793).

    Olympe de Gouges

    Marie/Olympe è ricordata per essere l’autrice della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina (1791) dove dichiara l’uguaglianza tra donne e uomini, la Dichiarazione dell’uomo e del cittadino se l’era scordata. La Rivoluzione Francese che poniamo a base dei nostri ordinamenti repubblicani occidentali (libertà, uguaglianza, fratellanza) si manifesta subito come un paese maschilista che esclude progressivamente le donne che avevano partecipato alla Rivoluzione dalla gestione della cosa pubblica.

    “Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara, in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.”

    Manifestazione per la Panthéonisation di Olympe de Gouges

    Finì ghigliottinata, ma il suo ricordo e la sua azione politica rimangono in noi che ogni giorno lottiamo contro il patriarcato!

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  • Mary Cassatt, scene di Carnevale italiano

    Nata in una famiglia abbiente, ma contraria al suo desiderio di diventare artista, Mary Cassatt (Pittsburgh, 22 maggio 1844 – Château de Beaufresne, 14 giugno 1926) studia alla Pennsylvania Academy of the Fine Arts di Philadelphia. Dopo poco tempo, insoddisfatta della formazione ricevuta, decide di trasferirsi a Parigi accompagnata dalla madre e da alcune amiche. Non potendo frequentare l’École des Beaux Arts poiché donna, prende lezioni private da Jean-Léon Gérôme, Charles Chaplin e Thomas Couture, e frequenta quotidianamente il Louvre.

    A causa della guerra franco-prussiana torna negli Stati Uniti: a New York espone ricevendo molti apprezzamenti ma non vendere un’opera, a Chicago perde molti dipinti in un incendio, l’arcivescovo di Pittsburgh le commissiona due opere del Correggio, sovvenzionandole un viaggio a Parma. Ed è proprio in questa occasione che dipinge il quadro che vedete qui sotto. Durante il Carnevale era uso delle giovani donne gettare fiori ai gentiluomini per dimostrare loro interesse.

    Two Women Throwing Flowers During Carnival, Mary Cassatt

    Insieme all’amica artista Emily Sartain soggiorna anche a Madrid, Siviglia e si stabilisce a Parigi. Espone al Salon (1868-1876) e aderisce al movimento impressionista (1878-1886) grazie al sodalizio artistico con Degas. Successivamente sperimenta tecniche diverse. I dipinti di Mary Cassatt si concentrano sulla vita delle donne di fine Ottocento, con particolare attenzione al legame tra madri, figli/e. In tarda età, rientrata negli Stati Uniti, sostiene la causa del voto alle donne, esponendo 18 opere per supportare il movimento (1915). Tra i riconoscimenti la Legione d’onore (1904). 

    Little Girl in a Blue Armchair, 1878, National Gallery of Art
    Autoritratto,

    Mother Combing her Child’s Hair, 1879, Brooklyn Museum

    Oggi le opere di Mary Cassatt sono esposte in varie collezioni private e pubbliche, tra cui National Gallery of Art, Brooklyn Museum, Philadelphia Museum of Art, Art Institute di Chicago, National Portrait Gallery di Washington D.C. e Museum of Fine Arts di Boston.

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  • Freya Stark, viaggiatrice instancabile

    In provincia di Treviso c’è il piccolo borgo di Asolo, città dai mille orizzonti, che nella propria autonarrazione si definisce spesso come città delle donne. Perché? Perché ci hanno abitato donne famose che possiamo conoscere visitando il Museo di Asolo: Caterina Cornaro, Regina di Cipro, l’attrice teatrale Eleonora Duse e la viaggiatrice Freya Stark (Parigi, 31 gennaio 1893 – Treviso, 9 maggio 1993).

    Freya Stark

    «Non so dire cosa sia diventata Asolo e la mia casa. Non posso che credere che lì aleggi una sorta di gentilezza, una qualche essenza di vita che rende felici. Asolo è come una culla e io sono felice di starci dentro seguendo il dondolio del mondo» (Freya Stark)

    Il desiderio di viaggiare e il fascino per l’Oriente nascono in Freya Stark dopo aver ricevuto in regalo Le Mille e una Notte per il suo nono compleanno. In seguito studierà arabo e persiano all’Università di Londra. Nel 1928 Freya Stark si imbarca su una nave per Beirut iniziando i suoi viaggi in Oriente e viaggiando per tutta la vita in Libano, Iraq, Iran, Arabia, Turchia e Afghanistan. Nel 1933 riceve il premio della Royal Geographical Society per aver tracciato nuove vie in luoghi inesplorati nel deserto dell’Iran occidentale. Durante la seconda guerra mondiale lavora per il Ministero dell’Informazione britannico creando la rete Ikhwan al Hurriya (Confraternita della Libertà) mirata a persuadere gli arabi a sostenere gli Alleati o almeno alla neutralità. Alle varie spedizioni Freya Stark ha unito l’attività di scrittura lasciandoci molti libri dei suoi viaggi in Medio Oriente e alcune autobiografie.

    Il libro dedicato ai viaggi in Iraq e Kuwait

    «Se mi si chiedesse di elencare i piaceri del viaggio, direi che questo è uno dei più importanti: che così spesso ed inaspettatamente si incontra il meglio della natura umana, e vederlo così, di sorpresa e spesso in situazioni talmente improbabili, si arriva, con un piacevole senso di gratitudine, a realizzare quanto ampiamente siano sparse nel mondo la bontà e la cortesia e l’amore per le cose immateriali, che fioriscono in ogni clima, su qualsiasi terreno.» (Freya Stark, La valle degli assassini)

    «Viaggiare significa ignorare i fastidi esterni e lasciarsi andare interamente all’esperienza, fondersi con tutto quello che ci circonda, accettare tutto quello che succede e così, in questo modo, fare finalmente parte del paese che si attraversa. È questo il momento in cui si avverte che la ricompensa sta arrivando». (Freya Stark)

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  • Adele Bei, la prima senatrice della Repubblica Italiana

    Sono passati pochi giorni dall’1 maggio, Festa del Lavoro come viene chiamata oggi, ma anche giornata per fare il punto sulle questioni lavorative. E allora voglio ricordare la sindacalista e politica Adele Bei (4 maggio 1904 – 15 ottobre 1976). Adele si iscrive al PCI nel 1925, riparata in Francia è arrestata nel 1933 durante uno dei rientri clandestini in Italia e condannata dal Tribunale speciale a 18 anni di reclusione ne sconta dieci nel carcere femminile di Perugia. Durante il processo i giudici fascisti per convincerla a denunciare i compagni cercarono di speculare sui suoi sentimenti di madre, ricordandole i figli rimasti in Francia. La risposta di Adele fu molto determinata: “non pensate alla mia famiglia, qualcuno provvederà; pensate invece ai milioni di bambini che, per colpa vostra, stanno soffrendo la fame in Italia”.

    Adele Bei all’Assemblea Costituente

    Nel 1943 entra nella Resistenza romana col compito di organizzare le masse femminili e i giovani e con compiti di collegamento con la formazione che operava sui monti della Tolfa. Dopo la Liberazione sarà l’unica donna a far parte della Consulta nazionale su designazione della Cgil di cui è una delle responsabili della Commissione femminile nazionale. Eletta all’Assemblea costituente nelle liste del PCI, nella I legislatura è senatrice di diritto per meriti antifascisti (unica donna).

    Deputata comunista nelle Marche fino al 1963, si è sempre occupata dei problemi delle lavoratrici. Nel 1951 diventa la responsabile del Sindacato nazionale tabacchine, e successivamente segretaria generale. Sarà anche presidente dell’Associazione nazionale delle donne contadine.



    Quando con il decreto governativo del 4 agosto 1945 vengono licenziate 4.000 avventizie delle Ferrovie dello Stato per far posto ai reduci Adele Bei si mette a capo della protesta delle lavoratrici, e il licenziamento viene ritirato, anche se per i reduci sono riservati per il biennio successivo il 50% delle assunzioni private e pubbliche, penalizzando quindi le donne. E durante il Congresso della CGIL alla presentazione della Carta delle lavoratrici che impegna la Camera del Lavoro a difendere il diritto al lavoro delle donne, controllare che fossero abolite le discriminazioni nei concorsi, tutelare le fasce deboli del mercato del lavoro e affermare il principio “ a lavoro uguale, uguale retribuzione” Adele Bei rimprovera a Giuseppe Di Vittorio di aver omesso, nella relazione introduttiva, il “problema femminile”. Dice di essere la portavoce di 5 milioni di lavoratrici che le hanno dato il mandato di rappresentarle e insiste sull’unità sindacale come unità tra uomini e donne: “abbiamo ancora troppe poche donne interessate alla vita sindacale e negli organismi dirigenti sindacali. Abbiamo soprattutto troppa incomprensione in mezzo alla massa dei lavoratori che dovrebbero essere il sostegno di queste donne lavoratrici sfruttate e oppresse”.

    Adele Bei fu molto attenta anche all’uso di un linguaggio non sessista: si definiva senatrice e parlava delle tabacchine come “lavoratrici” e non usando il generico e consueto “lavoratori”. Una decina di anni dopo la morte di Adele, nel 1987 il gruppo di studio guidato da Alma Sabatini scrisse le Raccomandazioni per un Uso Non Sessista della Lingua Italiana. Nella premessa si legge “L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nel pensiero e nell’atteggiamento di chi lo pronuncia e dunque di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria. È altrettanto chiaro che il valore semantico è strettamente legato al contesto linguistico ed extralinguistico in rapporto dinamico”. Adele Bei è stata un’anticipatrice di queste riflessioni molto attuali ancora oggi.

    Alma Sabatini, Il sessismo nella lingua italiana (1987)
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